25-05-2020 I nostri specialisti
COVID-19: il difficile ruolo degli operatori della salute

Cosa ha comportato l’emergenza COVID-19 per gli operatori sanitari?

In seguito alla diffusione del virus, ci siamo trovati di fronte ad un evento straordinario. L’emergenza ha fatto irruzione nella vita quotidiana di ciascuno, stravolgendo profondamente ritmi e abitudini, modificando progetti, aspettative e desideri in maniera repentina e imprevista. Ciascuno di noi ha dovuto fare i conti con quanto lo sconvolgimento dell’ordine esterno abbia impattato anche sul nostro equilibrio interno. I professionisti impegnati nelle relazioni di cura, in questo contesto, si devono confrontare con ulteriori livelli di stress, derivanti dalla consapevolezza di essere la categoria maggiormente esposta al contagio, con tutto ciò che questo comporta in termini di ricadute personali e sociali: dalla frustrazione professionale, data dal confronto con una malattia ancora sconosciuta, alla necessità di modificare protocolli e realizzare interventi che tengano conto dell’emergenza in corso.

Come si riflette tutto questo sui vissuti emotivi di chi è impegnato nelle relazioni di cura?

Nella condizione attuale, caratterizzata dalla condizione di permanenza e imprevedibilità della crisi, nonostante i segnali di lento ritorno alla “normalità”, è molto importante che coloro che sono impegnati nelle professioni d’aiuto si mettano in ascolto dei propri segnali emotivi, anche e soprattutto quando questi segnali sono negativi.
Isolamento sociale e solitudine, angoscia di contagio o di morte, deprivazione della libertà, sono condizioni esistenziali con le quali siamo abituati a confrontarci nel nostro lavoro, poiché riguardano le persone di cui ci prendiamo cura. Queste condizioni, ora, riguardano direttamente anche noi. Questo può esporci ad emozioni di un’intensità alla quale non siamo abituati. Livelli elevati di timore e preoccupazione che sentiamo di non essere in grado di fronteggiare, la sensazione di non riuscire a farsi carico dei propri compiti o di poter essere artefici del proprio futuro, sentimenti di vuoto e difficoltà a relazionarsi con gli altri e a individuare delle aree di piacere. Vissuti di impotenza, sono molto frequenti e si possono alternare a vissuti di idealizzazione di sé, minimizzazione dei propri limiti, sentimenti di onnipotenza e di negazione del pericolo.

Come impatta tutto questo sulla relazione con i pazienti?

Se siamo consapevoli dei rischi a cui siamo esposti e riusciamo a far sì che preoccuparci per noi si traduca in un attivo occuparci di noi, riusciremo anche ad “essere” e “stare” in una relazione di cura con i pazienti.
Se legittimiamo le nostre emozioni e accogliamo i nostri limiti, accettando la nostra vulnerabilità e fallibilità, sperimenteremo una riduzione dei vissuti di rabbia, frustrazione e tristezza. Nella relazione con i pazienti saremo quindi maggiormente in grado di offrire ascolto e comprensione di fronte alle manifestazioni di ansia, di rassicurarli rispetto al fatto che le misure imposte dall’emergenza non interferiranno con la nostra capacità di offrire cura ed assistenza. Riconoscere ed accettare le nostre emozioni, anche quelle più spiacevoli e angosciose, ci  aiuta a non delegittimare le emozioni dei pazienti, ma a far sentire loro che sono emozioni condivise in un’esperienza condivisa. La consapevolezza che non è quello che ci capita, ma che è come affrontiamo quello che ci accade a definire chi siamo, ci aiuta nelle relazioni con i pazienti a stimolare vissuti di speranza e di fiducia in sé.[:]


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